Hashim Thaci…nuovamente…accusato di crimini contro l'umanità, insieme ad altri comandanti dell’UCK
28 Luglio 2020 Internazionale - Europa

A cura di Enrico Vigna Forum Belgrado Italia/CIVG, 20 luglio 2020
Il 24 giugno 2020, il Tribunale speciale per il Kosovo all'Aia,
ha accusato il presidente kosovaro e alcuni altri comandanti dell’UCK, di una
serie di crimini di guerra e contro l'umanità. Assieme a Thaci, sono stati
incriminati l'ex presidente del parlamento kosovaro Kadri Veselj, anch'egli
come Thaci, ex comandante dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK), e oltre
un centinaio di altri imputati, tutti accusati di crimini di guerra e contro
l'umanità, compresi rapimenti, torture, persecuzioni e di un centinaio di
omicidi identificati. Le vittime furono serbi, kosovari di etnia albanese, rom,
compresi anche oppositori politici, così ha stabilito il Tribunale speciale
dell'Aia nella convocazione degli indagati.
Thaci presidente del Kosovo dal 2016, è accusato di dieci capi d'imputazione,
al pari di Veselj, attualmente leader del Partito democratico del Kosovo (Pdk).
Il Tribunale, ha ritenuto di rendere pubblico un comunicato sulle accuse
formulate, a causa dei ripetuti tentativi di Thaci e Veselj di ostacolare e
sabotare il lavoro della Corte. Si ritiene infatti che Thaci e Veselj abbiano
avviato in segreto una campagna con l'obiettivo di abrogare la legge
sull'istituzione del Tribunale Speciale dell'Aia, in modo da sottrarsi alla
giustizia. Ciò facendo, sottolinea il comunicato, i due hanno posto i loro
interessi personali "al di sopra delle vittime dei loro crimini, dei
principi dello Stato di diritto e dell'intero popolo del Kosovo".
Thaci, che doveva recarsi a Washington per un incontro di discussione sulla situazione del Kosovo, presente anche il presidente serbo A. Vucic, ha annullato il viaggio e si è recato all’Aja per l’interrogatorio.
Per Thaci, comunque vadano gli aspetti legali, questa imputazione è una
pesantissima tegola che si abbatte sulla sua già tetra reputazione. Il governo
e le istituzioni kosovare hanno diramato un comunicato in cui si parla di “calunnie
infondate e diffamatorie”, annunciando che verrà compiuto “ogni passo
necessario per respingerle, anche attraverso mezzi legali e
politici”. Certamente la partita sarà determinata dalle scelte e dagli
obiettivi strategici della politica statunitense, legata allo scenario
balcanico, che vede la Serbia unico e ultimo paese non ancora (…per
ora…) completamente assoggettato ai voleri USA e NATO e con la questione
Kosovo aperta, che ha nel ruolo della Russia, ma anche della Cina, un terreno
di confronto e scontro di interessi strategici, ma anche economici con i paesi
occidentali a guida NATO. Ma non stupirebbe se questo fosse un ennesimo atto di
scaricamento di pedine che sono state utili nel passato, ma che poi diventano
inutili o gravose nei nuovi scenari. La vecchia logica dell’uso politico di
“carne da cannone”, illusa di essere protagonista, in realtà semplici idioti
illusi o avidi di protagonismo.
In ogni caso con queste accuse formulate da una “parte esterna” alle due parti
in lotta in Kosovo, viene rimesso in gioco il “mito fondatore” dello stato
fantoccio, cioè che è stato un processo di liberazione di popolo per
l’indipendenza; una visione dove l'UCK ha condotto una guerra
giusta e pulita: dove i serbi erano i colpevoli e gli albanesi le vittime.
Il principale compito del prossimo governo di Pristina, quello cioè, come è già
stato finora, di rafforzare e consolidare il paese a livello internazionale,
realizzando per esso una immagine edulcorata di paese democratico e moderno,
diventa ora molto più difficile.
Forse è il caso di “rammentare” ai mass media nostrani distratti, che questa
convocazione non è un fulmine improvviso, ma ha radici di almeno 10 anni,
grazie al documentato e approfondito lavoro investigativo
dall'ex parlamentare federale svizzeroDick Marty e del suo staff, che
fu presentato e portato a conoscenza del Consiglio d’Europa già nel
2010. In una Risoluzione dello stesso CoE nel gennaio 2011,
veniva approvata una richiesta di approfondimento nelle sedi competenti.
L’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa approvò a maggioranza
la risoluzione di Marty, con 169 voti a favore, 8 contrari e 14 astenuti.
Il Tribunale speciale è stato poi istituito nel 2015, sulla base
del rapporto stesso.
In questo rapporto, di 55 pagine, Marty, denunciava con prove e
testimonianze il traffico di armi, droga e organi umani attuato tra la fine
degli anni '90 e l'inizio del 2000 in Kosovo. I responsabili, vengono indicati
centinaia di nomi tutti componenti dell’UCK, tra cui H. Thaci in primis, avrebbero
rapito, deportato, detenuto clandestinamente e poi assassinato efferatamente
centinaia di persone.
A oltre 300 prigionieri, per la maggior parte serbi, furono prelevati gli
organi ad uno ad uno, in stanze fatiscenti che funzionavano da sale operatorie
sbrigative, questi venivano poi venduti nel mercato illegale occidentale dei
trapianti, per finanziare l’UCK. Il famoso scandalo della “casa gialla” in
Albania, su cui ha testimoniato anche l’ex Procuratore svizzero Carla Del
Ponte in un suo libro del 2008 “La caccia” poi fatto sparire dalla
circolazione. La casa gialla era un edificio nella località di
Burrelj, in Albania a pochi km dal confine con il Kosovo.
Questa attività criminale si è svolta, secondo il rapporto Marty, grazie
"ad un gruppo ristretto, ma incredibilmente potente, di personalità
dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK)". Tra i capi di questo
gruppo vi era proprio Hashim Thaci, che si rappresentava come “Drenica”, perché
operava appunto nella valle della Drenica, uno dei luoghi dove lo scontro tra
l’Esercito Jugoslavo e i terroristi è stato tra i più feroci e cruenti.
E’ un quadro inquietante quello che documenta il rapporto del ex senatore
svizzero: la guerriglia UCK viene dominata dal “gruppo della Drenica”, che, con
la violenza e i proventi dei traffici illeciti conquista la supremazia sugli
altri. Hasim Thaci, che del gruppo è il leader, “deve indubbiamente la sua
ascesa personale all’essersi assicurato un sostegno politico e diplomatico
degli Stati Uniti e degli occidentali come partner locale preferito del loro
progetto di politica estera”. Lo stesso Thaci viene descritto nei rapporti di
intelligence citati da Marty come “il più pericoloso dei boss criminali
dell’UCK”.
Sullo specifico del traffico di organi le affermazioni più pesanti del
rapporto, riguardano il cardiologo Shaip Muja,consigliere di Thaci per i
problemi della sanità. “Abbiamo scoperto numerose indicazioni convergenti
del ruolo centrale di Muja per oltre un decennio in reti internazionali per
niente meritevoli, compresi i traffici di esseri umani, le procedure
chirurgiche illecite e il crimine organizzato”.
*Su questo crimine disumano, al fondo potete leggere quanto documentato in un
mio articolo nel…2008.
Attualmente ogni azione è impaludata in sede ONU perché gli Stati Uniti e
i loro alleati si oppongono, a che l'indagine sia proseguita da un organismo
imparziale della stessa ONU.
Sempre per “rammentare” che non c’è nulla di nuovo sui crimini UCK, occorre
ricordare che nel 2007, il giornalista David Binder, del New
York Times, aveva scritto su una dettagliata inchiesta commissionata
dalla Bundeswehr, l’esercito Tedesco, sulla situazione nel Kosovo. In
questo rapporto si documentava che l’attuale Kosovo è una “società da guerra
civile”, dove “…le persone sono inclini alla violenza, senza grande istruzione
e facilmente influenzabili, dove è possibile fare enormi salti sociali
nell’ambito di una soldataglia raccogliticcia su due piedi. Ci si trova in
presenza di una società mafiosa, che poggia sull’occupazione dello Stato da
parte di elementi criminali… le attività criminali in Kosovo sono gestite da
organizzazioni messe in piedi a colpi di pacchetti di milioni di euro, che sono
dotate di esperienza di guerriglia e di capacità esecutive in campo
spionistico.” Nel rapporto si cita anche un altro rapporto dei Servizi di
Intelligence Tedeschi in cui si prendeva atto dei “collegamenti molto
stretti fra i dirigenti di punta della classe politica e quelli della classe
criminale, con Ramush Haradinaj, Hashim Thaci e Xhavit Haliti come
dirigenti implicati, protetti sul piano interno dall’immunità parlamentare e su
quello estero dalle legislazioni internazionali”.
Dopo che Binder pubblicò questi articoli venne espulso come giornalista
indesiderato…potere della democrazia.
In una intervista del 2011 alla TV Euronews, la giornalista Audrey
Tilve chiedeva a Marty: “Lei indica Hashim Tachi come
padrino della rete mafiosa kosovara. Pensa che basteranno le prove in suo
possesso per portarlo in tribunale?”.Marty rispose: “ Sono ormai
quindici anni che il signor Thaci è citato in tutti i rapporti delle polizie e
dei servizi segreti. Bisognerebbe chiederci perché fino ad ora non ci sia
mai stata una vera indagine, perché si tollerano i dubbi. Non è solo una
questione giuridica o penale: ci sono degli impegni politici da rispettare che
non si possono eludere”.
Jerry Seper del “Washington Post” aveva scritto il 3 maggio 1999: “…l’UCK, che
l’amministrazione Clinton ha abbracciato e alcuni membri del Congresso vogliono
armare come parte della campagna di bombardamenti della NATO, è
un'organizzazione terroristica che ha finanziato gran parte del suo sforzo di
guerra con i profitti derivanti dalla vendita di eroina. Documenti di
“intelligence” ottenuti di recente dimostrano che le agenzie antidroga di
cinque Paesi, tra cui gli Stati Uniti, ritengono che l'UCK è alleato con
una vasta rete criminale organizzata con base in Albania, che contrabbanda
eroina e cocaina agli acquirenti in tutta l'Europa occidentale e, in
misura minore, negli Stati Uniti. I documenti legano i membri della mafia
albanese ad un cartello del traffico di droga, con base nella capitale della
provincia del Kosovo, Pristina. Il cartello è gestito da albanesi etnici che
sono membri del Fronte nazionale del Kosovo, il cui braccio armato è l'UCK. I
documenti mostrano anche che questa è una delle più potenti organizzazioni di
contrabbando di eroina nel mondo…”.
Seper, ricordava poi che “nel 1998, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti
ha elencato l’UCK, come organizzazione terroristica internazionale, dicendo che
finanziava le sue operazioni con i proventi del commercio internazionale di
eroina e con prestiti ottenuti da noti terroristi come Osama bin Laden… “Erano
terroristi nel 1998 e ora, a causa della politica, sono combattenti per la
libertà ", ha detto un alto funzionario della droga, che ha chiesto
di non essere identificato…” scriveva ancora Seper.
Il 29 luglio 2014, il Procuratore speciale
di EULEX, l'ambasciatore USA Clint Williamson, ha dichiarato nel
corso di una conferenza stampa a
Bruxelles, che le indagini condotte nei passati tre anni, hanno
sostanzialmente confermato gli accertamenti del Rapporto Marty.
Comunque oggi, il leader dell’UCK e padre della patria in Kosovo, Hashim Thaci,
«viene chiamato a rispondere e accusato di guidare un clan politico-criminale
nato alla vigilia della guerra» e responsabile del traffico non solo di armi,
eroina ma anche di organi umani. Di crimini contro l’umanità.
Chi è Hashim Thaci
Hashim Thaçi è nato il 24 aprile 1968 nel comune di Srbica/Skënderaj, nell'allora Provincia Socialista Autonoma del
Kosovo. All'università di Pristina ha studiato storia e
filosofia. Durante gli anni universitari Thaçi fu il leader e il primo studente
Presidente della Università Albanese non riconosciuta di Pristina, che si era
auto costituita nel 1989 nella lotta contro la Jugoslavia.
Nel 1993 emigrato in
Svizzera, Thaçi entrò nei gruppi politici albanesi separatisti, proseguendo
anche gli studi post-laurea in storia e relazioni internazionali all'Università di Zurigo,
con quali soldi non è dato sapere, visto che veniva da un villaggio considerato
tra i più poveri del Kosovo. Fu uno dei fondatori del Movimento Popolare del
Kosovo (LPK), ispirato al nazionalismo albanese.
Subito dopo divenne membro dell'Esercito di Liberazione del Kosovo.
Thaçi, il cui nome di battaglia era "Gjarpëri, Serpente” era
responsabile per la raccolta dei mezzi finanziari, gli armamenti e le reclute
da addestrare in Albania e
spostare poi in Kosovo. Nel 1997 venne processato e condannato in
contumacia dalle autorità jugoslave a Pristina per atti di terrorismo associati
alla sua attività nell'UCK.
Nel marzo 1999 partecipò ai negoziati di Rambouillet come uno leader dei
kosovari albanesi. Ma egli rappresentava la fazione più forte e potente
all'interno dell'UCK, che era formata da varie bande, spesso in lotta tra loro.
Durante la Guerra del Kosovo fu
uno dei più importanti comandanti della formazione terrorista albanese. Dopo il
conflitto si mosse rapidamente per consolidare il suo potere, autonominandosi
subito, unilateralmente, Primo ministro di un governo provvisorio,
appropriandosi poi di tutte le leve del potere, da Ministro degli esteri a
Presidente, leader del PDK, sempre in combutta con alcuni altri comandanti UCK,
tutti descritti e indicati nei Tribunali jugoslavi e non solo, come terroristi
e criminali.
Il suo nome di battaglia, “Serpente”, si rifà a un detto popolare albanese
della regione, che dice: ”Il serpente ha le zampe ma non le puoi vedere, ti dà
la sua parola ma non ci puoi credere”. Forse quando lo scelse conosceva
molto bene sé stesso e i suoi obiettivi futuri.
Un dato è certo, la sua abilità a muoversi nei “corridoi” degli ambiti
internazionali e delle stanze che contano. La sua è stata una continua ricerca
e assoggettamento alle forze atlantiche, sia USA che della NATO, come costante
bussola di dove c’è il potere reale, per le sue scelte tattiche e aumentare la
sua influenza in loco.
Ma ha lavorato anche verso Israele, ribadendo in molte occasioni pubbliche la
necessità fondamentale per lo stato del Kosovo di costruire stabili e profonde
relazioni bilaterali con lo Stato di Israele.
I suoi figli hanno frequentato le scuole private turche, anche qui
probabilmente per lasciare sponde aperte per nuove scelte.
Tutte scelte abili in previsione di eventi, come quelli ora attivati all’Aja,
che avrebbero potuto destabilizzare la sua carriera e il suo potere in Kosovo.
Ma ora la fine del suo gioco, pare sia abbastanza vicina. Ora si capirà se
tutte le sue connessioni internazionali si riveleranno utili per superare
indenne questo passaggio, o semplicemente per avere tempo a disposizione per
ritirarsi in qualche terra nascosta, godendosi i frutti economici delle sue
attività criminali.
Oppure finirà in una cella a pagare per i suoi crimini
C’è anche una vecchia pagina oscura e obliata, nella carriera criminale
del “padre della patria” kosovara ed è quella denunciata da
un giornalista sul portale albanese “IN/Insajder”, relativa
all’assassinio di un giovane giornalista albanese, Ali Uka, vicino ma
critico all’UCK, negli anni iniziali.
Ali Uka era un giornalista di "Gazeta Shqiptare" durante gli
anni '90 in Albania. Scriveva soprattutto sul Kosovo. Con l'avvicinarsi della
guerra era molto attivo nel sostenere l'UCK, arrivando persino a definirsi come
portavoce dell'UCK. Era un sostenitore del movimento per l'indipendenza. Ad
un certo punto Uka, nei suoi articoli cominciò a criticare Xhavit
Haliti, uno dei fedelissimi di Thaci ancora oggi, in quegli anni egli era
compagno di stanza a Tirana, con Hashim Thaçi e Bashkim Thaçi, a quel tempo uno
dei leader dell'UCK.
Una mattina presto, nel luglio 1997, Ali Uka fu trovato massacrato nel suo
appartamento. Aveva la faccia sfregiata con un cacciavite e il fondo di una
bottiglia rotta.
Documenti segreti della NATO, pubblicati sul quotidiano britannico "The
Guardian" misero in dubbio che Uka fosse stato ucciso a causa di
controversie con Xhavit Haliti. Però, secondo questi documenti, le
indagini accusavano Hashim Thaçi, che fu arrestato e successivamente rilasciato
con l'intervento di Xhavit Haliti e dei servizi segreti albanesi. Thaçi non ha
mai voluto parlare dell'omicidio di Ali Uka.
Haliti, fornì una versione che non corrispondeva ai documenti della NATO
pubblicati su noti quotidiani internazionali. Haliti incolpò il figlio dello
zio di Uka, Selman Uka, per l'omicidio, descrivendolo come un ubriacone
violento. Testimoniò che Selman fu processato ma non condannato, poi mandato in
un ospedale psichiatrico in Albania, da dove in seguito fuggì durante le
rivolte. Con questa dichiarazione salvò Thaçi dall’accusa dell’omicidio.
Un collaboratore di Haliti e Thaçi, Ibrahim Kelmendi, accusò direttamente
Thaçi per l'omicidio di Ali Uka. Kelmendi era uno dei fondatori
del Movimento Popolare del Kosovo, di cui Haliti e Thaçi facevano parte,
parlò dell'omicidio di Uka nel 1998: "…nel marzo 1998 ho incontrato
per caso il padre di Ali Uka a Tirana...Dato che indossava una camicia bianca,
gli chiesi chi fosse e da dove venisse. Mi disse il motivo per cui era venuto
lì, partecipare al processo per l'omicidio di suo figlio. Per curiosità, l'ho
accompagnato a quel processo", ha detto Kelmendi. Il quale aveva in
precedenza scritto un lungo articolo sullo scandalo di quella pseudo-sentenza,
sul giornale "Zeri i Kosovës".
"… la mia convinzione, allora come oggi, è che Ali Uka è stato ucciso perché era diventato noto come "portavoce dell'UCK". È così che la stampa di Tirana lo presentava. E da allora ho sospettato che la notorietà di Ali ostacolava Hashim e Xhavit. Fu poi detto che Ali e Hashim erano amici. Tuttavia, avevogià l'opinione che Hashim uccidesse anche i suoi compagni, se lo ostacolavano nel suo cammino ... ", ha scritto Kelmendi.
In ogni caso, il caso dell'omicidio di Ali Uka non è mai stato riaperto. Le
tracce del suo omicidio non furono seguite nemmeno da quei giornalisti albanesi
decorati da Thaçi. Ali Uka, stranamente non è mai stato menzionato dal
presidente del Kosovo, né è stato mai decorato come eroe della causa.
Nonostante i sospetti che la stampa internazionale e i servizi segreti della
NATO lanciano a Thaçi per l’assassinio di Ali Uka, il presidente non si
distingue per la libertà dei media e dei giornalisti. È un ipocrita, scrive IN/Insajder
Link del Rapporto Marty del 7 gennaio 2011 in diverse lingue:
Français -- English -
- Deutsch (ufficiosa) - Albanese (ufficiosa)
Segnalo anche il video della trasmissione di RAI TRE “ La
guerra infinita”, visibile anche sul sito del CIVG.IT, curata da Riccardo
Iacona, a cui ho collaborato, che in questi anni ha avuto oltre 5 milioni
e mezzo di lettori.
LA FOTO DELLA VERGOGNA dell’occidente:Hashim Thaci, leader
dell'UCK; Bernard Kouchner Amministratore dell'ONU, Sir Mike
Jackson Comandante della KFOR, Agim
Ceku, comandante dell'UCK, Wesley Clark, comandante della
NATO. ottobre 1999

A cura di Enrico Vigna, Forum Belgrado Italia/CIVG – 20 luglio 2020
*Orrore nel Kosovo “liberato” dalla NATO. Estate 1999: 300 serbi rapiti e seviziati dai secessionisti albanesi dell’UCK.
Enrico Vigna - 07/04/2008
Una montagna di cadaveri, queste le basi fondanti il nuovo stato fantoccio del
Kosovo, riconosciuto dal governo Prodi.
In questi giorni è venuta alla luce, una delle pagine più oscure ed orribili
dai tempi del Terzo Reich ad oggi: il rapimento e l’assassinio di oltre 300
prigionieri serbo kosovari, avvenuto nell’estate del 1999, subito dopo
l’occupazione del Kosovo da parte della Nato, con la presenza nella provincia
serba di decine di migliaia di soldati della Nato, della KFOR, di
rappresentanti internazionali dei diritti umani, giornalisti, pacifisti, ecc.
ecc….evidentemente tutti molto distratti o troppo impegnati a raccogliere
interviste e informazioni sulle presunte violenze e persecuzioni perpetrate dai
serbi.
Questi uomini dopo essere stati rapiti venivano deportati in campi dell’orrore
in Albania, dove gli venivano espiantati uno ad uno i vari organi del corpo,
per poi immetterli nel traffico internazionale d’organi diretto verso
l’occidente e finanziare così le attività dell’UCK (forse solo i nazisti erano
giunti a tanto).
Questo è quanto è emerso dalle pagine del libro “ La caccia” in uscita in
Italia nel mese di Aprile, un’autobiografia dell’ex procuratrice Carla Del
Ponte del Tribunale Internazionale dell’Aja per la ex Jugoslavia, che ha
perseguito per anni, soprattutto i leaders serbi, per le varie guerre
balcaniche.
I rapiti, furono prima rinchiusi in campi a Kukesh e Trpoje, poi, dopo essere
stati esaminati da dottori albanesi per poter verificare quali fossero i più
sani e robusti, venivano portati a Burel e dintorni, nell’Albania centrale,
dove erano ben rifocillati, curati e non torturati, in modo da essere pronti
per la mutilazione degli organi.
La Del Ponte ha detto che una parte di questi era rinchiusa in una casa gialla,
situata a circa 20 chilometri a sud della cittadina albanese di Burel, in una
stanza vi era una specie di infermeria, dove venivano esportati gli organi ai
prigionieri. Poi questi venivano spediti attraverso l’aeroporto Madre Teresa di
Tirana, verso le destinazioni occidentali che avevano pagato per poter effettuare
i trapianti. In questi campi vi erano anche molte donne provenienti dalle
province kosovare, dalle repubbliche ex jugoslave, dall’Albania, dalla Russia e
altri paesi, anche a loro furono poi estratti gli organi prima di essere
uccise.
La Del Ponte, oggi ambasciatrice svizzera in Argentina, con queste rivelazioni
postume, ha causato, in numerosi ambienti politici, giuridici e giornalistici,
sia in Serbia che a livello internazionale, durissime reazione anche
diplomatiche.
L’ex procuratrice conosceva l’esistenza di questi lager sin dal 2003, quando un
testimone diretto, ex combattente dell’UCK, rese una deposizione all’Aja, sotto
copertura di protezione per la sua sicurezza con la sigla “K 144”, in cui
dichiarò di aver partecipato personalmente a questa operazione e che essa era
stata condotta sotto la diretta supervisione di Hasim Thaci allora uno dei
comandanti generali dell’UCK, attualmente primo ministro del narcostato Kosovo,
autoproclamatosi “indipendente” sotto la protezione della NATO.
La Del Ponte ha dichiarato che, dopo aver avuto queste segnalazioni circa
questi campi dell’orrore, fece un sopraluogo nel 2003 con un gruppo di
investigatori dell’Aja ed un procuratore del Tribunale di Tirana e visitarono
proprio la famigerata “casa gialla” vicino Burel.
“…Quando la visitammo era diventata bianca, ma vi erano evidenti tracce di
pittura gialla scrostata, era evidente che era stata ridipinta…”. Nelle
vicinanza della casa furono rinvenuti garze, medicamenti, siringhe usate,
flaconi del sangue e vuoti, tracce di medicinali anestetizzanti e medicine
rilassanti i muscoli, tipiche per le operazioni chirurgiche.
All’interno della casa furono anche scoperte tracce di sangue essiccato, una
stanza di uno dei piani era molto pulita quasi fosse stata in precedenza
disinfettata e sterilizzata, una specie di camera operatoria di fortuna. Ma in
accordo con gli investigatori, pur ritenendo probabili le dichiarazioni dei
testimoni circa la casa degli orrori, fu ritenuta “impossibile” l’apertura di
una indagine che ricostruisse l’intera vicenda, ha dichiarato l’ex
procuratrice.
Parla un testimone diretto, il teste K 144
Il testimone dichiarò che questa operazione di traffico d’organi era “…Un ben
organizzato e molto redditizio business per le casse dell’UCK. Esso era
controllato dai comandanti e con il beneplacito dello stato albanese… Nel
corso di questa azione furono espiantati circa trecento reni e oltre cento
altri organi a questi prigionieri, in alcuni casi anche il cuore… e poi venduti
attraverso l’Italia. Io so che il valore di un rene era tra i 10.000 e i 50.000
marchi tedeschi. Si diceva che quest’operazione aveva fruttato oltre quattro
milioni di marchi tedeschi. Esisteva una precisa documentazione, tutti gli
organi estratti erano registrati con accanto l’ammontare di quanto ricavato; i
rapporti venivano consegnati ai comandanti locali, che li davano poi a Thaci in
persona. Il comando UCK teneva l’80% del ricavato ed il resto veniva diviso tra
gli uomini che avevano organizzato l’espianto ed il trasporto degli organi…”.
Così il testimone dell’Aja aveva descritto questa mostruosa operazione, nella
sua deposizione.
Secondo lui nel 1999 esistevano, nel nord dell’Albania, più campi di prigionia
per questo traffico d’organi, dove venivano portati i serbi rapiti nel Kosovo.
I nuovi Mengele: “…Era un sistema ben congeniato. Alcuni dottori
visitavano i prigionieri, facevano una cartella sanitaria di ciascuno, quando
arrivava dall’Italia la richiesta di quali organi servivano, essi indicavano
chi andava preso per l’espianto; venivano poi anestetizzati, i loro organi
estratti e poi lasciati morire…Nel caso fossero giovani e sani, dopo aver
levato un organo, venivano ricuciti e curati, in attesa di levargli altri
organi. Ma tornando essi tra gli altri prigionieri, questo creava panico e
terrore tra gli altri, così venivano isolati…”, ha dichiarato il teste K144.
Egli ha aggiunto che i corpi venivano poi sepolti in fosse comuni lì vicino.
“…La fossa comune più grossa, con circa cento corpi di serbi, era situata a
Burel nell’Albania centrale: io ho partecipato personalmente all’opera di
seppellimento di alcuni serbi in quel luogo. Quando vi fu sentore di indagini e
pericolo di scoperta di questa fossa, fu riaperta ed i corpi sparsi in un'altra
dozzina di luoghi lì attorno…”.Questo testimone ha inoltre dichiarato che
c’erano anche alcune dozzine di prostitute prigioniere, le quali dopo essere
state usate per il piacere, furono poi, dopo esami medici, anche loro mutilate
dei loro organi vitali prima di essere uccise. “…Erano donne russe,
romene, moldave, quando io chiesi una volta che fine avessero fatto, mi fu
risposto che avevano terminato di fare il loro lavoro…”.
Questi i fatti finora documentati, ora si stanno aprendo procedimenti e denunce
contro la Del Ponte, da parte di Associazioni serbe dei rapiti, da parte della
Corte di Belgrado e del governo serbo che hanno chiesto di vedere il libro per
poter decidere cosa fare; di Corti internazionali; di Associazioni
internazionali dei diritti umani (…quelle non finanziate o supine alla Nato);
di cancellerie di alcuni paesi e anche associazioni di medici e altri.
Nel frattempo il governo svizzero ha chiesto alla Del Ponte di non partecipare
a presentazioni pubbliche del suo libro e di rientrare al più presto in
Argentina, in quanto non è accettabile che un esponente ufficiale della
Svizzera, quale è lei, divulghi quel tipo di informazioni.
Si badi bene, non si contesta la veridicità delle cose, ma semplicemente
l’opportunità di dirle!
Certo è un pochino imbarazzante per la Svizzera, avendo proprio nei giorni
scorsi aperto l’ambasciata a Pristina, come riconoscimento ufficiale del nuovo
Kosovo.
Una cosa è certa, la verità, come sempre nella storia, a fatica, tra mille
ostacoli, poco alla volta, come fili d’erba che si conquistano la luce
attraverso il cemento/armato, rovesciato sulle terre jugoslave dalla NATO e
dall’occidente, sta affiorando: ci sarà ancora molta strada da percorrere, ma
le prime macroscopiche crepe cominciano a delinearsi anche per la tragedia del
Kosovo; dalle fosse comuni mai ritrovate (dati OSCE, KFOR, FBI, UNMIK), dalle
stragi mai avvenute (Racak per esempio), al genocidio mai avvenuto, alla
pulizia etnica, questa sì avvenuta, ma cominciata nel giugno ’99 contro tutte
le minoranze non albanesi, alla “libertà/indipendenza” conquistate… mediante la
costituzione di un narcostato fantoccio, sotto l’egida NATO. E così via.
Ma è solo con la verità storica, che forse un giorno vi potrà essere
anche giustizia per tutti i popoli del Kosovo Metohija, a partire dal popolo
serbo, aggredito, additato, umiliato ma non ancora vinto. Nonostante tutto
ancora in piedi a battersi per la verità, la giustizia, la propria dignità e
identità nazionali oggi violentate e calpestate.
Allora torneranno giustizia, convivenza e multietnicità, come è ancora oggi
nella Serbia multietnica e multireligiosa, dove, nonostante difficoltà e
rabbie, tutte le minoranze possono ancora vivere con parità di
diritti, compresa la numerosa comunità albanese, al di là di ogni etnicità.
( da www.marx21.it )